È stata la suggestiva cornice del rinnovato cortile esterno della Galleria El Magazeìn di Dignano a ospitare, di recente, la prima presentazione in Croazia del volume Giuseppe Tartini – Genio dell’arco. Una biografia critica di Mirko Schipilliti. A dialogare con l’autore è stato Germano Fioranti, titolare e curatore della Galleria, in un incontro che ha riportato al centro dell’attenzione la figura di uno dei massimi protagonisti della musica europea del Settecento, l'istriano Giuseppe Tartini, nato a Pirano nel 1692.
Oltre cinquecento pagine e anni di ricerca sono alla base di quella che è stata presentata come la più completa e approfondita biografia critica finora dedicata al grande violinista e compositore piranese. Attraverso fonti storiche, documenti e studi musicologici, Schipilliti ricostruisce la vita e il percorso artistico di Tartini cercando di separare i fatti documentabili dalle numerose leggende sedimentatesi nei secoli attorno alla sua figura. Ne emerge un Tartini inserito pienamente nel contesto culturale dell’Europa del XVIII secolo, ma anche profondamente legato agli ambienti e alle esperienze che ne determinarono la formazione.
CHI ERA GIUSEPPE TARTINI
Giuseppe Tartini (Pirano, 1692 – Padova, 1770) è stato violinista, compositore, teorico musicale e didatta, tra le figure più influenti della musica europea del Settecento. Nato a Pirano, nell’Istria allora appartenente alla Repubblica di Venezia, proveniva da una famiglia benestante: il padre era legato all’amministrazione delle saline cittadine.
Destinato dalla famiglia alla carriera ecclesiastica, si trasferì a Padova per studiare diritto canonico, ma scelse una strada diversa, dedicandosi alla musica. Nel 1721 divenne primo violino alla Basilica di Sant’Antonio di Padova. Dopo un importante soggiorno a Praga, tornò nella città veneta, dove tra il 1727 e il 1728 fondò una celebre scuola di violino che attirò allievi da tutta Europa e contribuì alla diffusione internazionale del suo metodo.
Virtuoso di straordinaria fama, Tartini fu considerato già dai contemporanei uno dei massimi violinisti della sua epoca. Fu anche un instancabile studioso dell’acustica e della teoria musicale: a lui è legata la scoperta del cosiddetto “terzo suono”, fenomeno acustico noto anche come “suono di Tartini”.
Autore di centinaia di composizioni, soprattutto concerti e sonate per violino, il suo nome è rimasto indissolubilmente legato alla celeberrima Sonata in sol minore, conosciuta come Il Trillo del Diavolo, divenuta nei secoli il simbolo stesso del suo virtuosismo e della sua leggenda.
Direttore d’orchestra, pianista, musicologo e critico musicale, diplomato al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, Mirko Schipilliti presenta inoltre un percorso professionale decisamente singolare: alla musica affianca infatti la medicina, esercitando come dirigente di Pronto Soccorso. Nel corso della serata l’autore ha raccontato anche una delle ragioni più personali che lo hanno condotto, molti anni dopo, a dedicare a Tartini una biografia. Fin da bambino Schipilliti trascorreva infatti le vacanze estive a Pirano e proprio lì si era imbattuto più volte nel nome di Tartini, senza sapere inizialmente chi fosse. Un nome incontrato quasi per caso, ma che evidentemente continuò a incuriosirlo, fino a trasformarsi, nel tempo, in un vero interesse di ricerca.
Un metodo da Sherlock Holmes
Nel corso dell’incontro Schipilliti ha spiegato come l’obiettivo del libro non sia semplicemente quello di raccontare la biografia di Tartini, ma di ricostruire gli ambienti nei quali visse, i personaggi che incontrò e le circostanze storiche che possono aiutare a comprendere alcune sue scelte. Nel panorama degli studi tartiniani esiste naturalmente una precedente tradizione biografica: a questo proposito, l’oratore ha citato la monografia biografica e critica Giuseppe Tartini di Antonio Capri, pubblicata a Milano da Garzanti nel 1945. Il lavoro di Schipilliti riprende dunque lo studio della vita di Tartini a molti decenni di distanza, potendo e, specialmente, volendo, confrontare e mettere in relazione una documentazione molto più ampia.
Nel raccontare come ha affrontato questa ricerca, Schipilliti ha richiamato anche una passione della sua infanzia, apparentemente lontana dalla musicologia ma, in realtà, strettamente legata al metodo seguito nella stesura del libro. «Da bambino ero appassionato di Sherlock Holmes. Che cosa c’entra? Conan Doyle, il suo autore, era un medico e applicò ai racconti di Sherlock Holmes il metodo deduttivo della medicina. Questa cosa mi affascinava moltissimo da bambino», ha raccontato. Un approccio che l’autore ha poi trasferito nella propria ricerca su Tartini: «È proprio questo metodo deduttivo che aiuta ad analizzare e comprendere bene i documenti, le fonti e le testimonianze, collegandoli e mettendoli insieme».
È proprio attraverso questo paziente lavoro di confronto fra documenti, lettere, testimonianze e contesto storico che Schipilliti ha cercato di dare un significato anche agli aspetti meno chiari della biografia tartiniana, andando oltre le versioni tramandate e interrogandosi sulle ragioni concrete delle scelte compiute dal musicista. Un metodo che si rivela particolarmente evidente nella ricostruzione di uno dei periodi più enigmatici e interessanti della vita di Tartini: i quasi tre anni trascorsi a Praga.
Il mistero dei tre anni a Praga
Padova ebbe un ruolo centrale nella vita e nella carriera del musicista. Tartini divenne primo violino alla Basilica di Sant’Antonio di Padova nel 1721, ottenendo quindi un incarico stabile e prestigioso. Proprio per questo diventa ancora più interessante comprendere la decisione, presa poco tempo dopo, di lasciare temporaneamente Padova e affrontare un viaggio lungo e impegnativo verso Praga.
Tartini vi arrivò nel 1723 e vi rimase quasi tre anni. Tradizionalmente si sosteneva che fosse stato invitato per partecipare alle celebrazioni dell’incoronazione di Carlo VI come re di Boemia.
Schipilliti ha invece spiegato che Tartini non era stato invitato personalmente: probabilmente raggiunse Praga anche perché vi si trovava già Antonio Vandini, violoncellista e suo collega nella Basilica di Sant’Antonio a Padova. Tartini partecipò alle celebrazioni, ma l’opera organizzata per l’incoronazione fu rappresentata soltanto due volte. Questo, secondo l’autore, non sarebbe stato sufficiente a spiegare una permanenza di quasi tre anni.
A Praga Tartini entrò infatti al servizio della potente famiglia Kinsky, molto vicina alla corte imperiale. Schipilliti ha ricordato come si trattasse di una delle famiglie che esercitavano maggiore influenza sull’imperatore d’Austria: un Kinsky fu ambasciatore in Inghilterra e organizzò la stessa cerimonia d’incoronazione di Carlo VI come re di Boemia, mentre il fratello fu ambasciatore imperiale presso la corte pontificia. Secondo l’ipotesi avanzata dall’autore, Tartini poteva quindi aspirare, attraverso questi rapporti, a raggiungere Vienna e a inserirsi nell’importante ambiente musicale della corte imperiale. Il soggiorno praghese appare così non come una semplice parentesi, ma come una tappa decisiva nella sua crescita artistica e professionale.
Una scuola per l’Europa
Dopo Praga, Tartini conunque tornò a Padova, città alla quale sarebbe rimasto legato per quasi cinquant’anni. Qui, tra il 1727 e il 1728, fondò una scuola di violino che raggiunse una fama straordinaria. Arrivavano giovani violinisti da tutta Europa e persino da territori lontanissimi per studiare con lui. La scuola aveva inoltre un carattere sorprendentemente moderno: gli allievi potevano essere inseriti nell’orchestra della Basilica di Sant’Antonio, suonando accanto al loro maestro. Schipilliti ha paragonato questo sistema alle moderne accademie collegate alle grandi orchestre. Tartini non fu dunque soltanto un virtuoso, ma un maestro capace di creare una vera scuola e di diffondere il proprio metodo in Europa.
La fama raggiunta da Tartini fu eccezionale. Come ha ricordato Schipilliti, già all’epoca era considerato il più importante violinista del mondo. Possiamo quindi guardarlo oggi non semplicemente come uno dei grandi virtuosi del suo tempo, ma, dalla nostra prospettiva storica, come il più importante violinista del Settecento. La sua reputazione non dipendeva soltanto dalle capacità di esecutore, ma anche dall’influenza esercitata attraverso la scuola e dalla diffusione dei suoi principi violinistici in tutta Europa.
Da Tartini a Leopold Mozart
Una prova significativa di questa influenza arriva da Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus. Nel suo celebre trattato sul violino del 1756 compaiono infatti indicazioni e regole riconducibili direttamente a Tartini. Alcune parti, come ha sottolineato Schipilliti, riprendono addirittura le sue raccomandazioni. Leopold Mozart utilizza inoltre un passo del Trillo del Diavolo, senza citarne l'autore, come si imponeva la vanità dell'epoca, per spiegare i doppi trilli, quelle rapide oscillazioni di note eseguite su doppia corda che, secondo quanto spiegato durante l’incontro, Tartini aveva praticamente inventato. Leopold Mozart riporta l’esempio senza nominare Tartini, ma definendo il suo autore uno dei più grandi violinisti italiani di tutti i tempi.
È un dettaglio importante anche per la storia della celebre sonata. "Il Trillo del Diavolo" venne infatti pubblicato soltanto dopo la morte di Tartini, avvenuta nel 1770, ma la presenza di un suo passo nel trattato di Leopold Mozart del 1756 dimostra che la composizione circolava già quando Tartini era ancora in vita. A favorire questa diffusione erano stati gli allievi e i copisti, attraverso i quali non viaggiavano soltanto le composizioni, ma anche gli insegnamenti e le regole violinistiche del maestro. Il fatto che queste ultime fossero giunte fino a Leopold Mozart testimonia ulteriormente la dimensione europea assunta dalla scuola tartiniana.
Tartini e Pirano
Un’altra parte particolarmente suggestiva dell’incontro ha riguardato Pirano e il rapporto di Tartini con l’Istria. Rispondendo a una delle tante domande poste da Fioranti, Schipillliti ha spiegato che le famiglia di Tartini era benestante: il padre amministrava le saline di Pirano e possedeva case, terreni e altre proprietà, alcune anche nell’area di Umago. La famiglia avrebbe voluto indirizzare Giuseppe verso la carriera ecclesiastica e per questo lo mandò a Padova a studiare. Gli studi giuridici, e in particolare il diritto canonico, erano infatti necessari per chi aspirava a una carriera nella Chiesa. La famiglia riuscì anche a procurargli un canonicato, un ulteriore tentativo di indirizzarlo verso quella strada.

La statua di Tartini a Pirano, foto: Wikipedia
Tartini scelse però una vita completamente diversa. Nel 1710, a diciotto anni, si sposò contro la volontà dei familiari. La reazione fu durissima: la famiglia lo privò dei beni, come aveva minacciato di fare, e il giovane si ritrovò improvvisamente senza mezzi. Schipilliti ha insistito anche su un aspetto spesso trascurato quando si raccontano questi episodi: che cosa significasse realmente viaggiare all’inizio del Settecento. Gli spostamenti erano lunghi, costosi e rischiosi e comportavano anche il passaggio attraverso frontiere, lazzaretti e possibili quarantene. Ricostruire queste condizioni concrete permette quindi di guardare diversamente anche agli spostamenti attribuiti a Tartini nelle biografie.
Nonostante la rottura con la famiglia e il fatto che, dopo essersi stabilito a Padova, non tornasse più a vivere a Pirano, il rapporto con la terra d’origine non scomparve completamente. Continuarono a esistere rapporti familiari ed economici, ma, secondo Schipilliti, il legame più profondo di Tartini con l’Istria va cercato soprattutto nell’infanzia e nella sua formazione.
Per ricostruire la Pirano nella quale Tartini era cresciuto, l’autore ha cercato testimonianze capaci di restituire l’ambiente della città tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. Ne emerge una Pirano fortemente segnata dalla natura, dall’arte e dalla religione. Schipilliti ha ricordato anche la profonda religiosità della famiglia Tartini e della società piranese dell’epoca, nella quale fede e credenze popolari convivevano strettamente. Proprio questo ambiente potrebbe aver lasciato una traccia profonda nel futuro musicista.
Suono, matematica, natura e ordine dell’universo: il "terzo suono"
Negli ultimi anni di vita il musicista si dedicò intensamente allo studio del rapporto fra suono, matematica, natura e ordine dell’universo. Anche la scoperta del famoso “terzo suono” nasce dall’osservazione di un fenomeno acustico: Tartini partiva da qualcosa di fisico e misurabile, il suono prodotto dalle corde, per interrogarsi però su leggi più generali.
Dietro questa ricerca scientifica rimaneva l’interesse per il rapporto tra il visibile e l’invisibile, per una dimensione superiore che Tartini cercava di comprendere anche attraverso la musica. Negli ultimi anni della sua vita si immerse negli studi, nei calcoli, nella cosmologia e nel tentativo di elaborare leggi matematiche capaci di spiegare il rapporto fra musica e ordine dell’universo. In questa tensione tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è, tra natura, musica e spiritualità, Schipilliti individua anche un possibile riflesso delle origini istriane del compositore e dell’ambiente nel quale trascorse l’infanzia.
L’immagine emersa dalla serata dignanese è stata dunque quella di un Tartini ben più complesso del solo virtuoso legato nell’immaginario collettivo al "Trillo del Diavolo": musicista di dimensione europea, maestro capace di influenzare generazioni di violinisti, teorico e instancabile studioso del suono, ma allo stesso tempo uomo le cui radici culturali e spirituali continuarono a rimandare a Pirano e all’Istria.