IL MEDICO DI POLA GEPPINO MICHELETTI, L'EROE DI VERGAROLLA: A Trieste aperta un mostra sul dottore che nonostante il suo tremendo dolore privato ha salvato la vita degli altri
Quando il 18 agosto 1946 avvenne l’esplosione a Vergarola, il dottor Micheletti continuò a prestare soccorso ai feriti nell’ospedale di Pola, nonostante avesse perso due figli e altri sette parenti. Si concesse solo una breve pausa per recarsi quella stessa sera in spiaggia a Vergarola, alla ricerca di eventuali resti di Renzo, il suo figlio più giovane. Il corpo dell’altro figlio, Carlo, sebbene mutilato, fu ritrovato, mentre i corpi di Renzo, del fratello Alberto e della cognata Caterina non furono mai trovati. Ritrovò una calzinetta di Renzo, che poi portò sempre con sé nella tasca del camice da medico...
15 min
Silvio ForzaⒸFOTO: Manuel Angelini
Il dottor Micheletti mentre la operando uno dei feriti di Vergarolla
Quando il 18 agosto 1946 avvenne l’esplosione a Vergarola, il dottor Micheletti continuò a prestare soccorso ai feriti nell’ospedale di Pola, nonostante avesse perso due figli e altri sette parenti. Si concesse solo una breve pausa per recarsi quella stessa sera in spiaggia a Vergarola, alla ricerca di eventuali resti di Renzo, il suo figlio più giovane. Il corpo dell’altro figlio, Carlo, sebbene mutilato, fu ritrovato, mentre i corpi di Renzo, del fratello Alberto e della cognata Caterina non furono mai trovati. Ritrovò una calzinetta di Renzo, che poi portò sempre con sé nella tasca del camice da medico...
Dopo tanti anni di oblio, l'Italia, di cui era cittadino, e Pola, città in cui è vissuto compiendo un'impresa eroica, stanno riscoprendo la figura del dottor Geppino Micheletti, il medico chirurgo che il 18 e 19 agosto del 1946 da solo (ovviamente assistito dal personale ospedaliero sanitario non medico e ottenendo, con ritardo, l'assistenza di un medico inglese) curò e fornì il soccorso medico ai feriti nella tremenda esplosione alla spiaggia di Vergarolla a Pola.
L'esplosione di Vergarolla: la foto è stata scattata dalla zona dell'albergo Riviera
Lo fece da solo (il primario Mario Garavetta, considerato il periodo vicino a Ferragosto, era in ferie ma rientrò comunque il giorno dopo) per oltre 24 ore ovvero fino a quando non c'era più nessuno a cui dare assistenza. E lo fece anche se nella strage aveva perso due figli, Carlo di nove e Renzo di quattro anni, e altri sette parenti.
I figli e la moglie del dottor Micheletti: Carlo, Renzo e Jolanda
Geppino Micheletti (a destra), mentre sta reggendo la bara del figlio Carlo al cimitero di Monte Giro a Pola
Lunedì, 9 febbraio, siamo stati a Trieste all'inaugurazione della mostra con la quale la sua figura è stata celebrata degnamente, nell'ambito delle celebrazioni del 10 febbraio, Giornata del Ricordo che commemora le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata. Ma, prima di raccontare della mostra, rivediamo il contesto storico.
Tra il maggio del 1945 e il 15 settembre del 1947, Pola era governata dall’amministrazione anglo-americana, in attesa di conoscere se la città sarebbe rimasta italiana o se, invece, sarebbe passata alla Jugoslavia. Un’incertezza, questa, che aveva provocato aspre tensioni che spesso erano sfociate in episodi di violenza e che aveva messo gli uni contro gli altri i cittadini di Pola, all’epoca per la stragrande maggioranza Italiani. Da una parte gli Italiani antifascisti che volevano l’annessione alla Jugoslavia, dall’altra gli Italiani, anche loro antifascisti, ma che non era disposti a cambiare stato, regime e lingua.
Una strage dimenticata
Domenica, 18 agosto del 1946, presso la baia di Vergarolla si svolgono delle gare di nuoto organizzate dalla società Pieta Julia. La spiaggia è piena di bagnanti, molte famiglie e tanti bambini. Poco dopo le ore 14 avviene una tremenda esplosione. La deflagrazione provoca almeno 65 morti (quasi un terzo bambini o comunque minorenni) i feriti sono 211. Lo sgomento in città è enorme. L'amministrazione inglese si limitata a concludere, per togliersi di dosso ogni responsabilità o accusa, che le mine non erano esplose per autocombustione ma che qualcuno le aveva fatto detonare, aggiungendo che dell'inchiesta si sarebbe occupata la polizia. Un'inchiesta che non è mai avvenuta.
Dalle fonti si apprende che i Polesani in spiaggia furono colpiti da un odore acre, dolciastro e terribile, quello della carne umana bruciata. Un odore che non avevano mai sentito e che non sarebbe mai più uscito dalle loro menti. Pezzi di corpi caddero sui rami dei pini, altri finirono in mare. L'acqua si tinse di rosso. Per mesi, a Pola, nessuno avrebbe più mangiato pesce.
Mario Angelini mentre tenta diporgere aiuto a una bambini rimasta gravemente colpita
Chi è stato l'autore e di questo attentato dai forti connotati politici e che ha avuto per vittime anche bambini che giocavano in spiaggia? L’ipotesi più sostenuta è quella che a organizzare l’attentato sarebbero stati i servizi jugoslavi, a scopo intimidatorio contro gli Italiani, per farli abbandonare la città. Si sono sentite anche voci opposte e per le quali dietro alla strage ci sarebbe stata la regia dei servizi segreti ( o di singoli) italiani che avrebbero operato in modo di far ricadere la colpa sulla Jugoslavia allo scopo di garantire Pola all'Italia. Ad ogni modo, indipendentemente dalle colpe, la strage di Vergarolla fu la molla che fece scattare definitivamente tra gli Italiani di Pola la volontà di abbandonare la città. Su 31.700 abitanti, 28.058 dichiararono di volersene andare, presentarono la domanda al Comitato per l'assistenza all'esodo.
Motivo di imbarazzo sia per l'Italia, sia per la Jugoslavia – che già avevano molti fronti di scontro aperti cercando al contempo di conseguire una pace duratura – la tragedia dell'esplosione delle mine di Vergarolla del 18 agosto 1946, in cui perse la vita un numero impressionante di Polesani (le stime variano tra le 65 e le 110 persone, tra le quali molti bambini), è stata coperta per decenni da un imbarazzante e colpevole silenzio. Con il tempo che passava, a parlarne e a scriverne erano stati soltanto gli esuli e i pochi italiani rimasti a Pola.
Fotografie scattate al momento delll'esodo da Pola
La riscoperta del dottor Micheletti
Nell'ultimo decennio la situazione è gradualmente cambiata, la consapevolezza su quello che è stato uno degli episodi più luttuosi degli ultimi secoli della storia di Pola, si è pian piano diffusa si in Italia, sia in Croazia. Oltre alla cronaca dei fatti, i dati più noti sono i seguenti: le mine che hanno provocato la carneficina non si si sono attivate per autocombustione; nemmeno dopo ottant'anni si è scoperto chi sia stato il mandante e chi l'autore dell'attentato; mai è stata condotta un'inchiesta seria, nessuno è stato processato; come spesso avviene nelle tragedie, anche quella di Vergarolla ha avuto un suo eroe: il chirurgo dell'ospedale di Pola Geppino Micheletti.
A Pola, nei pressi del Duomo, accanto al monumento alle Vittime della strage di Vergarolla, è stato posata una lapide commemorativa di Geppino Micheletti. Tuttavia, per quanto estremamente drammatica, del resto della vicenda di Micheletti rimanevano note poche cose, prima fra tutte il fatto che era rimasto all'Ospedale di Pola ad operare e curare li feriti di Vergarolla nonostante nell'esplosione avesse perduto non soltanto i due figli Carlo e Renzo, ma anche il fratello Alberto, al cognata Caterina e altri parenti per un totale di 9 famigliari. In rete erano apparse anche alcune fotografie di Micheletti che con la moglie Jolanda segue il feretro dei loro bambini ai funerali svoltosi il 21 agosto 1946 al cimitero di Monte Giro a Pola. Per il resto, poche cose, troppo poche.
Geppino Micheletti e sua moglie Jolanda Nardin al funerale dei loro figli
Oggi di Geppino Micheletti sappiamo molto di più. Nel 2022 Duccio Vanni ha pubblicato il libro “Geppino Micheletti. Vita, opere e riconoscimenti del medico eroe della strage di Vergarolla”. Nel giugno del 2023 a Pola, durante il 66° Incontro culturale degli Esuli da Pola, lo storico e giornalista Francesco Fagnani ha mostrato per la prima volta al pubblico il suo documentario „Geppino Micheletti-Un Eroe istriano a Narni” (con sottotitolo in croato nella traduzione di Vito Paoletić, l’attuale vicesindaco di Pola), un progetto portato avanti dall’Associazione Italiani di Pola e dell’Istria – Libero Comune di Pola in Esilio e dall’Associazione De Historia.
Il Consiglio della Comunità Nazionale Italiana (CNI) della Regione Istriana proporrò di intestare e Geppino Micheletti il Pronto soccorso dell'ospedale di Pola
Nel 2022 il Consiglio della Comunità Nazionale Italiana (CNI) della Regione Istriana aveva proposto formalmente di intitolare l'Ospedale di Pola con il nome di Geppino Micheletti. Dal ministero della sanità della Repubblica di Croazia è giunta la risposta che ciò non sarebbe stato possibile in quanto in Croazia gli ospedali non portano i nomi di persone / personaggi, per quanto meritevoli. Il presidente del Consiglio della Comunità Nazionale Italiana (CNI) della Regione Istriana Ennio Forlani, anch'egli presente all'inaugurazione della mostra di Trieste, ci ha detto che, posto davanti al „niente da fare“ del Ministero, il Consiglio ha deciso di proporre di intestate a Geppino Micheletti il Pronto soccorso dell'Ospedale di Pola. La proposta va ancora concordata e formalizzata con l'Unione Italiana, dopodiché verrà trasmessa al Ministero croato della sanità.
Come già annunciato, lunedì a Trieste è stato fatto un ulteriore passo nella stessa direzione, precisamente con l’inaugurazione della mostra “La strage dimenticata. Vergarolla e il suo eroe, il dottore Geppino Micheletti 1946-20026”.
Una mostra dal fortissimo impatto emotivo
SI tratta di un mostra promossa e curata dall'Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata (IRCI) di Trieste, allestita presso il Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana Dalmata di Trieste, in via Torino.
Curata daPiero Delbello, direttore del museo in questione, e da Giovanna Penna, guida culturale presso il noto Magazzino 18 (il luogo dove furono depositati i beni degli esuli istriani, fiumani e zaratini dopo la Seconda guerra mondiale, rimasti abbandonati e mai prelevati) e divulgatrice dell’IRCI, la mostra ha fatto da vetrina a molte novità e immagini inedite. Ciò è avvenuto grazie al contributo di Sergio e Bruno Sergas che hanno salvato dal macero le carte della famiglia Micheletti donandole all’IRCI.
Ne è risultata una mostra che illustra tutto il percorso umano del dottor Micheletti, una mostra dal forte impatto emotivo. Compaiono, infatti, molte fotografie dei figlioletti Carlo e Renzo, nominati sempre nelle rievocazioni della triste vicenda di Vergarolla, ma mai visti prima in fotografia che; a vederle ora, queste foto lacerano il cuore.
Carlo e Renzo, i figlioletti del dottor Micheletti morti dilaniati a Vergarolla
Praticamente inedite anche molte foto della moglie di Geppino Micheletti, la Polesana Jolanda Nardin, ma anche quelle scattate all’Ospedale Santorio Santorio di Pola nel momento in cui Micheletti stava operando qualcuno dei feriti di Vergarolla.
Un ritratto di Jolanda Nardin, moglie del dottor Micheletti
Oltre alle foto del funerale delle vittime di Vergarolla al cimitero di Pola, sono esposti anche vari documenti che attestano i dati biografici e la carriera professionale di Geppino Micheletti, quali attestati di specializzazione medica delle Università di Padova e Bologna, nomine presso gli ospedali di Pola, Vines e più tardi a Narni, da esule in un Umbria, comunicazioni della prefettura e del Comune di Pola in cui vengono lodate le doti umani e professionali di Micheletti e tantissimi documenti ancora.
Jolanda Micheletti: "Sono rimasta più di un mese a Pola e ogni giorno andavo a Vergarolla, lì vi trovai il cappellino e anche una maglietta del mio piccolo più piccolo…
La mattina del 18 agosto 1946, mentre Geppino Micheletti era al lavoro all’Ospedale, i suoi figli Carlo e Renzo tra le nove e mezza e le dieci di mattina andarono in spiaggia Vergarolla, accompagnati in motocicletta dallo zio Alberto e dalla zia Caterina. Da un’intervista radiofonica concessa nel 1996 da Jolanda Nardin Micheletti, moglie del medico, si viene a sapere che verso le 14 Geppino Micheletti si trovava a casa (in Piazza delle Erbe, oggi Narodni Trg al mercato) per il pranzo: “verso le 2 e sette minuti ho inteso come un terremoto”, ha raccontato Jolanda, “tutti i vetri si sono spezzati, l’intonaco cadeva giù dal soffitto. Mio marito disse che doveva essere successa una grande disgrazia ed è corso all’Ospedale”. Poi Jolanda ebbe la visita di due nipoti, una ebbe un svenimento quando aveva capito che lei non sapeva ancora nulla della disgrazia. Geppino Micheletti telefono a casa chiedendo alla moglie di andare a vedere “per tutti gli ospedali, per tutti i luoghi, perché era successo a Vergarolla. Le disse anche di “andare a vedere nella cappella dell’ospedale nostro”. Lì, racconta Jolanda “c’era la croce del cristo e sotto la croce c’era il mio piccolo ...sorridente aveva la faccia, solo che aveva le braccia e le gambe rotte una buco nella pancia…e allora dovetti dirlo a mio marito, allora mio marito mi ha messo a disposizione l’ambulanza per portarlo a casa e gli ho fatto tutto. Gli ho fatto persino il bagno, l’ho pulito, ma di quell’altro (Renzo, il figlio più piccolo N.d.R.) neanche il segno, Il piccolo, mia cognata, mio cognato…e mia cognata aveva anche una nipote, sono scomparsi completamente”.
Riportiamo ancora questo passo della testimonianza di Jolanda Micheletti: “Sono rimasta più di un mese a Pola e ogni giorno andavo a Vergarolla. Scava, scava, mi venivano fuori ossa, venivano fuori braccia… lì vi trovai il cappellino e anche una maglietta del mio piccolo più piccolo …ogni giorno andavo laggiù finché il sindaco non mi ha detto: «Guardi signora, domani tutte le autorità vanno via, io so perché è rimasta a Pola, per andare fino all’ultimo momento a Vergarolla». Cosa pensassi, non lo so, forse di trovare mio figlio”.
All'inaugurazione della mostra è intervenuto il Vescovo di Trieste mons. Enrico Trevisi
Alla mostra di Trieste, davanti a un pubblico numeroso è intervento per primo il Presidente dell’IRCI Franco Degrassi che, oltre a ricordare l’importante ruolo dell’IRCI nel recupero e nella diffusione della memoria relativa all’esodo, ha sottolineato l’importanza della donazione da parte di Sergio (amico di Micheletti) e Bruno Sergas che consentito di salvare dal macero le carte della famiglia Micheletti. Ha individuato, inoltre, nella tragedia di Vergarolla il momento di rottura in cui la gran parte dei Polesani ha deciso si abbandonare la città.
Il vescovo Trevisi, Pierpaolo Roberti, Franco Degrassi e Serena Tonel
La vicesindaca di Trieste Serena Tonel, portando i saluti del sindaco Roberto Dipiazza ha definito quella di Geppino Micheletti “una figura eroica e commovente”, mentre l'assessore regionale Pierpaolo Roberti ha parlato delle necessità di ricostruire i pezzi di storia che per troppo tempo non hanno trovato posto nella narrazione storica ufficiale. Quasi a fargli eco, il Vescovo di Trieste mons. Enrico Trevisi ha ammesso che delle tragedia di Vergarolla non aveva mai sentito parlare prima di arrivare a Trieste. Ha ricordato che, sia nel bene, sia nel male, la storia è fatta da uomini e donne che devono ritrovare l’umanità e assumere la responsabilità della pace. Ha sottolineato, inoltre l'eroismo del chirurgo Geppino Micheletti, definendolo un esempio di umanità che prevale sul dolore personale e sulla distruzione.
Il Vescovo di Trieste mons. Enrico Trevisi
Il Direttore del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana Dalmata di Trieste, in via Torino, Piero Delbello, nel suo intervento, molto partecipato ed emotivo, ha ricordato le tappe della vita (segnata da tanti morti in seno alla famiglia, anche prima di Vergarolla) di Micheletti e ha illustrato il contenuto di una mostra che andrebbe di certo riproposta anche a Pola. Sebbene a Pola abbia operato in un periodo storico tormentato e non abbia scelto il lato del vincitore, egli merita sicuramente un posto nella memoria della città, che da tempo costruisce il proprio futuro sulla convivenza e sulla comprensione dei dolori, ma anche delle ragioni degli “altri”.
Il Direttore del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana Dalmata di Trieste Piero Delbello
La mostra è accompagnata da un ricchissimo catalogo (161 pagine) curato da Piero Delbello e Giovanna Penna, comprensivo di due saggi sul contesto storico scritti dallo storico Roberto Spazzali.
Cugino di un grande della cultura italiana
Geppino Micheletti era nato a Trieste il 18 luglio 1905. Suo padre Giuseppe era di fede ebraica, sua madre Irma Majer era cattolica. Il loro cognome originale era Michelstaedter, rimasto tale fino al 1933, anni in cui, a causa dei decreti del 1926 con i quali il governo fascista stabilì l’obbligo dell’italianizzazione dei cognomi, venne mutato in Micheletti.
Geppino ero cugino del notissimo Carlo Michelstaedter, poeta ma in primo luogo filosofo (preso in seria considerazione da tutte le storie della filosofia italiana), autore dell’opera filosofica “La persuasione e la rettorica” testo centrale del pensiero esistenziale europeo del primo ’900, dove riflette su verità, autenticità, linguaggio e illusione sociale. Quel libro era uscito nel 1910, anno in cui il ventitreenne Carlo si suiciderà, ennesimo anello di una catene di morte che aveva giù visto i suicidi di suo fratello Gino (nel 1909) a New York e di Nadia Baraden a Firenze, la donna di cui era innamorato senza essere corrisposto.
Il primo figlio di Geppino Micheletti verrà chiamato Carlo in omaggio al cugino filosofo, così come il secondogenito avrà il nome di Renzo da nome del fratello di suo padre Geppino, il tenente pilota morto dopo che il suo aereo era stato colpito in Etiopia.
All'età di un anno Geppino è già a Pola, dove il padre si era trasferito nel 1906 per dirigere una fabbrica di catrame. Manterrà sempre, comunque, un rapporto privilegiato con Trieste dove Geppino di diplomerà nel 1923 al liceo „Dante Alighieri“.
Studente di un professore mentore di tre premi Nobel
Nel 1928 Geppino Micheletti si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Torino con Giuseppe Levi, padre di Natalia Ginzburg, scrittrice, saggista e intellettuale italiana del Novecento, tra le voci più importanti della letteratura del dopoguerra. Nelle sue opere ha raccontato famiglia, memoria, antifascismo e vita quotidiana con uno stile limpido e profondo. Il suo libro più celebre è “Lessico famigliare” (1963) in cui Sosteneva l’emancipazione delle donne e criticava il patriarcato, senza cadere nel femminismo ideologico. Levi fu mentore anche di tre premi Nobel italiani: della neurobiologa e neurologa Rita Levi Montalcini, del virologo e biologo molecolare Renato Dulbecco e del microbiologo e genetista Salvatore Luria. Da studente era anche allievo volontario presso l'Istituto di Anatomia Patologica dell'Ospedale „Regia Elena“ di Trieste tra il 1923 e il 1925, mentre nel 1926 si trasferisce con lo stesso titolo all'Ospedale di Pola.
Micheletti nel periodo studentesco
Specializzazione a Padova e chirurgo all'Ospedale di Pola
Nel 1929 all'Università di Milano ottiene l'abilitazione per lo svolgimento della professione di medico chirurgo. Nel 1931 diventa assistente effettivo all'Ospedale di Pola sotto la direzione dei primari Virgilio Craglietto prima, Giuseppe Polacco poi. Nel 1935, Geppino Micheletti, tramite concorso nazionale, viene nominato aiuto chirurgo all'Ospedale „Santorio Santorio“ di Pola, ma per tre mesi, nel corso del 1936, sarà anche direttore dell'Ospedale di Vines.
Tra il 1937 e il 1938 porta termina la sua specializzazione in Chirurgia all’Università di Padova con voto 70/70 e lode. Nel 1941 verrà richiamato alle armi: cause l'eccessiva esposizione ai raffi X perderà due dita su entrambe le mani. Verrà decorato con le Tre Croci al merito di guerra, ottenute direttore del 41º nucleo chirurgico durante la Seconda guerra mondiale (1941–1943). Nel 1944 viene nominato pure medico e Ufficiale sanitario delle isole Brioni, mentre alla fine della Seconda guerra mondiale sarà aiuto del Primario di chirurgia dell'Ospedale di Pola Mario Garavetta.
Foto scattate durante la Seconda guerra mondiale
Il vescovo Radossi: „ Davanti a questo dottore ci dobbiamo inchinare“
Poi, il 18 agosto del 1946, ci fu la strage di Vergarolla in cui continuò a prestare soccorso ai feriti nell'esplosione nonostante avesse perso due figli e altri sette parenti. Si prese una pausa soltanto per recarsi a Vergarolla la sera stessa dell'esplosione, alla ricerca di eventuali resti di Renzo, il suo bimbo minore di soli 4 anni. Il corpo dell'altro figlio, Carlo, seppur mutilato, era stato ritrovato, quello di Renzo, del fratello Alberto e della cognata Caterina non furono mai ritrovati. Quella sera, di Renzo Micheletti suo padre Geppino aveva ritrovato solo una scarpetta che, con altri giocattoli venne mesa nella bara. Il calzino, invece, che aveva pure ritrovato, la avrebbe tenuto sempre nella tasca del suo camice da medico.
Nell'omelia pronunciata al funerale delle vittime di Vergarolla, il vescovo di Pola di allora, mons. Raffaele Radossi, disse: „a questo dottore che affranto dal dolore, in questa maniera fa tacere il suo cuore per assolvere il suo dovere, noi ci dobbiamo inchinare“.
Piero Delbello, uno degli autori dei testi del catalogo che accompagna la mostra scrive che Micheletti, „per mettere a tacere quella sofferenza straziante si immerge nello studiò, conseguendo il 23 novembre del 1946 una seconda specializzazione in Ortopedia e Traumatologia all'Università di Bologna". Giuseppe Il padre di Geppino, dal dolore si spense a Pola già il 13 novembre del 1946.
Per il suo comportamento eroico già nel 1947 il Municipio di Pola concedette a Geppino Micheletti la Medaglia d'Ro di benemerenza cittadina, nello stesso anno il Governo italiano con decorerà con la Medaglia d'argento al Valor Civile. Nel 2025 gli verrà assegnata postuma la Medaglia d’Oro “Al merito della Salute pubblica”. L’onorificenza, consegnata dal Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, è stata ritirata dalla nipote Maria Grazia Micheletti.
Esule in Umbria
Il 10 febbraio del 1947, con la firma del Trattato di pace di Parigi, il passaggio di Pola alla Jugoslavia (che si sarebbe realizzato il 16 settembre del 1947) era stato stabilito ufficialmente. Lo stesso messo Jolanda, la moglie di Geppino, abbandonò Pola portando con se la salma del figlio Carlo che venne temporaneamente sepolto a Trieste. Geppino, invece già il 6 febbraio era stato delegato dal Comitato di assistenza per l’esodo da Pola ad assumere la Direzione sanitaria per le operazioni di trasferimento degli ammalati esuli. Divenne anche Primario chirurgo e Direttore sanitario dell’Ospedale generale e psichiatrico “Santorio Santorio” di Pola.
Abbandonò Pola il 1 settembre del 1947, ricongiungendosi con la moglie e trasferendosi a Narni, in Umbria (suo fratello Quinto lavorava come ginecologo all’ospedale della vicina Terni., dove già il 16 giugno del 1947 era stato nominato Primario Chirurgo e Direttore sanitario dell’Ospedale degli infermi di Narni. Nella città umbra visse per 14 anni, rispettato anche dai suoi nuovi pazienti, tanto che nel bar Gnocchetto vennere appesa una suo foto, quelle dei suoi figli e di suo moglie. Morì l’8 dicembre 1961 di embolia in seguito a una banale operazione.
La mostra è aperta al pubblico da oggi, 10 febbraio, e rimarrà visitabile fino al 29 marzo 2026. Gli orari di visita sono tutti i giorni dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30.
Ostvarila je jedan od najboljih rezultata u karijeri, odlično je gađala, no trkački nije izdržala tempo najbržih * Uvjerena da će za tri dana imati dovoljno energije za dobar nastup u sprintu, a potom i za dohvatnu utrku
Iranske su vlasti kazale da su spremne na razgovor o ograničenjima svojega nuklearnog programa u zamjenu za ukidanje sankcija, ali su u više navrata isključile mogućnost povezivanja tog pitanja s ostalim temama, među kojima je i pitanje raketa
"Vjerujem kako živim u zemlji u kojoj ljudi mogu izraziti svoje mišljenje bez posljedica. Očito to nije slučaj... barem kada je predsjednik u pitanju. To je vrlo razočaravajuće za vidjeti, ali nadam se kako se takvo ponašanje neće nastaviti", kazao je osvajač srebrne medalje u sprintu u skijaškom trčanju Ben Ogden
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