Ventiquattro

UN APPUNTAMENTO SPECIALE AL FESTIVAL LERON

Monika Brščić svela a Dignano i segreti della tradizionale acconciatura bumbara: a Palazzo Bettica 50 donne e ragazze si sono fatte pettinare. Un tempo i capelli si fissavano con acqua e zucchero

In passato le dignanesi portavano quotidianamente questa elaborata acconciatura e, per fissare le “cape”, utilizzavano sapone e acqua molto zuccherata. Oggi sopravvive soprattutto nel folclore, mentre alcuni suoi suggestivi paralleli storici ci riportano addirittura all’acconciatura della romana Faustina Minore * Realizzare questa acconciatura è tutt’altro che semplice. I capelli vengono dapprima pettinati con cura e suddivisi in quattro sezioni mediante una doppia scriminatura a croce. Le due sezioni posteriori vengono legate con un nastro scuro, il “cordèl”, per poi essere intrecciate in trecce molto strette. Un tempo la materia prima certo non mancava: le dignanesi portavano generalmente i capelli lunghi


 
6 min
Silvio Forza
foto: Valter Zanco

In passato le dignanesi portavano quotidianamente questa elaborata acconciatura e, per fissare le “cape”, utilizzavano sapone e acqua molto zuccherata. Oggi sopravvive soprattutto nel folclore, mentre alcuni suoi suggestivi paralleli storici ci riportano addirittura all’acconciatura della romana Faustina Minore * Realizzare questa acconciatura è tutt’altro che semplice. I capelli vengono dapprima pettinati con cura e suddivisi in quattro sezioni mediante una doppia scriminatura a croce. Le due sezioni posteriori vengono legate con un nastro scuro, il “cordèl”, per poi essere intrecciate in trecce molto strette. Un tempo la materia prima certo non mancava: le dignanesi portavano generalmente i capelli lunghi

Nelle giornate in cui Dignano ha vissuto nel segno della 24ª edizione del Festival internazionale del folclore Leron, una parte del programma ha riportato al centro dell’attenzione uno degli elementi più caratteristici del patrimonio tradizionale femminile della città: la tipica acconciatura femminile bumbara.

A Palazzo Bettica Monika Bršić – tra l’altro una delle fondatrici del Festival Leron – Dalila Antolović e Alan Castelicchio hanno organizzato un appuntamento speciale, articolato in due momenti, domenica mattina e nel tardo pomeriggio.

Monika Bršić, con l’aiuto della signora Mirella Dorliguzzo, da decenni la “parrucchiera di riferimento” della componente femminile del gruppo folcloristico della Comunità degli Italiani di Dignano, e con Elena Lupieri, Moira Lajić, Vanessa Lajić e Gloria Vale, ha mostrato come si realizza la complessa acconciatura che un tempo le dignanesi portavano nella vita di tutti i giorni e che oggi si può ammirare abbinata al costume tradizionale e durante le esibizioni folcloristiche.

L’interesse è stato notevole. Una cinquantina di donne e ragazze provenienti da Dignano, Pola, da altre località della Croazia e dall’Italia sono arrivate per farsi realizzare l’acconciatura dignanese. Così, ciò che oggi conosciamo soprattutto come elemento del folclore è tornato, almeno per qualche ora, tra donne di generazioni diverse.

E si tratta di molto più di un semplice chignon, il cui nome tradizionale è cupito.

La caratteristica acconciatura delle dignanesi ha alle spalle diversi secoli di storia. Ne hanno scritto anche studiosi del passato istriano, tra cui Domenico Rismondo nel volume Dignano d'Istria nei ricordi e M. Tamaro in Città e castella dell'Istria. Le vecchie fotografie e le testimonianze conservate dimostrano che quella riproposta oggi dalle componenti dei gruppi folcloristici non è una stilizzazione elaborata a posteriori, ma la continuazione di un modo di acconciarsi che un tempo apparteneva alla quotidianità.

L’ultima ricerca approfondita su questa caratteristica acconciatura dignanese è stata condotta da Anita Forlani, insegnante della sezione italiana della Scuola elementare di Dignano, per lungo tempo custode del patrimonio culturale ed etnografico dignanese e tra le fondatrici del gruppo folcloristico e storico della Comunità degli Italiani di Dignano. Anita Forlani ne ha documentato la realizzazione fin nei minimi particolari, basandosi su vecchie fotografie, testimonianze conservate e sul sapere delle dignanesi più anziane, proprio con l’intento di impedire che ciò che un tempo faceva parte della vita quotidiana scomparisse insieme alle generazioni di donne che portavano i capelli in questo modo.

A dimostrare quanto a lungo sia sopravvissuta questa tradizione è forse soprattutto il fatto che ancora alla metà del Novecento vivevano a Dignano donne anziane che indossavano quotidianamente gli abiti tradizionali e continuavano ad acconciarsi i capelli secondo l’antica usanza. Si è conservata anche la testimonianza della nipote di una dignanese, che ricordava come la nonna, anche in età molto avanzata, insistesse per essere sempre perfettamente pettinata e, una volta terminata l’acconciatura, controllasse sul vetro della porta della cucina che le onde fossero al loro posto.

Realizzare questa acconciatura è tutt’altro che semplice. I capelli vengono dapprima pettinati con cura e suddivisi in quattro sezioni mediante una doppia scriminatura a croce. Le due sezioni posteriori vengono legate con un nastro scuro, il “cordèl”, per poi essere intrecciate in trecce molto strette. Un tempo la materia prima certo non mancava: le dignanesi portavano generalmente i capelli lunghi.

Le trecce vengono quindi raccolte sulla nuca nel caratteristico chignon chiamato “cupìto” o “copéto”, che deve essere fissato molto saldamente con le forcine, perché dovrà poi sostenere anche il peso degli spilloni ornamentali.

Particolarmente suggestive sono le onde che incorniciano la fronte e le tempie. La parte anteriore dei capelli viene modellata nelle cosiddette “cape” (“conchiglie”), solitamente quattro, mentre i capelli rimasti dietro l’orecchio vengono uniti e fissati sotto lo chignon. Questa parte prende il nome di “bisso”, forma maschile di bissa, cioè biscia o serpente. Oggi la lacca rende il lavoro più semplice, ma un tempo le dignanesi utilizzavano ciò che avevano a disposizione per fissare i capelli: sapone da bucato e acqua fortemente zuccherata. L’acconciatura così realizzata doveva infatti durare il più a lungo possibile.

Una volta terminata l’acconciatura arrivava forse il momento più spettacolare: l’applicazione della “banda”, l’insieme degli ornamenti d’argento per il capo. Al centro del cupito n veniva collocata la “pianeta”, lavorata a filigrana, mentre nelle trecce venivano infilati una decina o una dozzina di spilloni d’argento. A questi si aggiungevano la “pianetòla”, i “trémoli” a forma di fiore, lo “spadìn” e le “curarìce”. Completavano l’insieme i grandi orecchini d’oro con tre pendenti a campanella, chiamati “pìroli”.

Questi ornamenti non erano semplici decorazioni folcloristiche. Gli ornamenti d’argento per i capelli e i gioielli d’oro facevano tradizionalmente parte della dote femminile e venivano elencati nei contratti matrimoniali.

È interessante anche osservare quanto a lungo l’aspetto dell’acconciatura sia rimasto pressoché immutato. Le fotografie conservate delle donne che nel 1908 parteciparono nell’Arena di Pola alla rappresentazione delle Nozze istriane di Smareglia mostrano acconciature praticamente identiche a quelle che hanno continuato a essere realizzate nel folclore dignanese.

Proprio per questo l’appuntamento a Palazzo Bettica è stato molto più di una dimostrazione di un’antica tecnica di acconciatura. Mentre durante il Leron si incontravano sui palcoscenici di Dignano gruppi folcloristici provenienti da diversi Paesi, qui si è potuto osservare da vicino quanto tempo, sapere e precisione siano necessari per preservare anche un solo dettaglio di una tradizione locale.

Un tempo parte della quotidianità delle donne dignanesi, oggi patrimonio folcloristico: le cape, il copéto, gli spilloni d’argento e gli altri ornamenti sono usciti nuovamente, almeno per un giorno, dalle vecchie fotografie e dalle pagine degli studi etnografici.

Un interessante parallelo storico con l’acconciatura dignanese ci porta molto più indietro nel tempo, fino all’epoca romana. Nei materiali dedicati alla tradizionale acconciatura di Dignano viene infatti indicato, come una sorta di lontano antecedente, il ritratto di Faustina Minore (Faustina Minor), una scultura romana del II secolo d.C.

Si tratta del ritratto della figlia dell’imperatore Antonino Pio e futura moglie di Marco Aurelio. La testa in marmo raffigura Faustina Minore all’età di circa 15 anni ed è associata al periodo delle nozze con Marco Aurelio o al conferimento del titolo di Augusta. La scultura è composta da due parti di diversa provenienza: la testa, scolpita nel marmo, è considerata un’opera antica di età antonina, mentre il busto, realizzato in alabastro, è di epoca più recente.

A suscitare particolare interesse è proprio l’acconciatura di Faustina Minore, il cui modo di modellare i capelli presenta evidenti somiglianze con la caratteristica acconciatura femminile dignanese. Naturalmente questo, da solo, non dimostra l’esistenza di una continuità diretta dall’epoca romana fino alle donne di Dignano dei secoli successivi, ma offre un suggestivo termine di confronto e mostra quanto lontano nella storia europea possano affondare le radici di determinati modi di acconciare e ornare i capelli femminili.

Così, la storia che in questi giorni a Palazzo Bettica è cominciata con un pettine, delle trecce e le mani esperte delle donne dignanesi si allunga simbolicamente attraverso i secoli: dal folclore di oggi e dalle fotografie delle loro bisnonne fino al ritratto di una donna scolpito nell’Impero romano quasi duemila anni fa.


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